Passeggiando per i sentieri e le strette stradine di Velva, tutto ci parla del passato: ma quando inizia la storia di Velva? E come vivevano le popolazioni che già da tempi molto remoti abitavano l’odierna Val Petronio? Ripercorriamo qui le principali tappe di questo angolo di Liguria, ricostruite grazie al contributo dei tanti studiosi e appassionati che hanno voluto condividere con Veleura le conoscenze acquisite sul tema.
Questa pagina è stata realizzata utilizzando informazioni tratte da due fonti principali:
- Dott. Paolo Paganetto, autore del sito originale dell’Associazione Culturale Veleura ("velva.org")
- e il libro di Professor Fausto Figone, “La valigia di cartone”, Gommarò Edizioni, 2017
Vedi le note a piè di pagina qui sotto
La presente pagina è sostanzialmente completa, ma non ancora nella sua versione definitiva. Sono previsti ulteriori aggiornamenti e integrazioni di contenuti.
1. La preistoria
Alla fine dell’ultima glaciazione (parliamo di oltre 10.000 anni fa!) dopo la regressione dei ghiacci, giunti sino alle Alpi, e il conseguente raddolcimento del clima, la Liguria è coperta da immense foreste: la presenza umana è documentata all’interno di molte grotte montane, dalle Alpi Marittime all’Appennino.
Poco al di fuori del comune di Maissana (in provincia di La Spezia), il sito di Valle Lagorara - uno dei più imponenti affioramenti di diaspro rosso a livello europeo- pare fosse utilizzato già dall’uomo preistorico per produrre i propri utensili.
Scheggia di diaspro utilizzata come utensile litico – simile a quelle prodotte nell’area di Valle Lagorara (Maissana). Fonte: Time Vault Gallery
Tra i primi insediamenti in Liguria, è attestata la presenza umana anche nella zona di Ponte di Vara: qui le comunità sopravvivono con i primi scambi commerciali: ceramica, lana, tessuti, probabilmente anche rame. Nell'VIII secolo a.C., come testimonia lo storico romano Avieno, calano dal nord gli Ambri, una popolazione destinata a rivelarsi importantissima per il commercio, non ancora sviluppato. Gli Ambri, infatti, portavano con sé l'ambra, ritenuta più preziosa dell'oro: divenne una delle principali merci di scambio per i Liguri.
Affioramento preistorico di diaspro rosso nella Valle Lagorara (Maissana, SP), utilizzato già 5.000 anni fa per la produzione di utensili.
Fonte "Passeggiare in Liguria"
Ma chi erano i Liguri? In realtà le tribù che abitavano la regione erano numerose: Tigulli, Velei, Briniati, Friniati, Galli Boi: stabilirne confini e identità è impresa ardua, e sull’esatta ricostruzione delle dinamiche di evoluzione dell’area hanno dedicato il loro lavoro numerosi storici e antropologi.
Venendo alla zona che più ci interessa, Vasca doveva essere un luogo conosciuto e abitato fin da tempi remoti: è, infatti, una zona ricchissima d'acqua, come si rileva anche nella radice del suo nome, derivato dal suffisso ligure arcaico “ASCA” o “ASCO” che indica appunto un "luogo con acqua". E, come tutti i luoghi ricchi d'acqua, si prestava particolarmente al la nascita di un villaggio. Difficile stabilire con certezza da quale tribù fosse abitata: potevano essere Boi del Vara, o Briniati o, forse, Velei.
2. L’antica via del Sale
Sembra che le prime popolazioni a raggiungere le coste liguri dal mare fossero i Fenici, ed in seguito i Focesi (noti in quanto furono i fondatori di Marsiglia). Stiamo parlando dell’arco temporale che va dal VII-VI sec. a.C.: proprio la scoperta del salgemma e del suo valore commerciale portò i Focesi a colonizzare prima Kyrnos - l’odierna Corsica- quindi ad arrivare sulla costa ligure, dove fondarono numerose colonie. Inizia così, per la Liguria il capitolo del sale.
Le stesse piste che in passato erano servite per il trasporto del legname, della lana e dell'ambra e del rame venivano ora utilizzate per portare l' “oro bianco”. I Focesi, abili commercianti oltre che esperti navigatori, iniziarono la costruzione di veri e propri depositi in sale, prima in Corsica (chiamandoli “bastia”, termine nel quale troviamo la radice indo-europea BADH - BADT - BAST che significa «legare, riunire»), poi in Liguria, dove veniva immagazzinato in attesa di essere trasportato nella pianura padana.
Queste bastia erano costruiti lungo le vie che portavano al fiume Po, spesso localizzato nell'interno del territorio per salvaguardarli dagli assalti dei pirati che depredavano le città costiere: troviamo, infatti, dei bastia in villaggi della Lunigiana, in val d'Arroscia, a Garbagna, a Pontremoli e probabilmente in (V)Asca, alle sorgenti del Petronio.
Mappa delle rotte commerciali antiche nel Mediterraneo (VII–IV secolo a.C.). © Simeon Netchev / World History Encyclopedia (CC BY-NC-ND). Fonte.
La storia del commercio del sale si intreccia fortemente con la storia della Val Petronio: da ricostruzioni storiche e toponomastiche sembra, infatti, che esistesse un’antichissima strada di comunicazione che dal fiume Vara saliva fino alla pietra di Vasca, per poi raggiungere l’attuale Varese Ligure, salire al passo di Cento Croci e scendere poi al Taro, verso Parma: era la strada Romea, attestata anche dagli "Annali della Repubblica di Genova". Tale via di comunicazione portava, da un lato, a Monilia (Moneglia), dall'altro alle sorgenti del fiume Petronio e, costeggiando il torrente, giungeva a Casarza, antica colonia focese Kas'als.
Che il paese di Velva fosse anticamente parte di una via salaria che passava lungo la Val Petronio?
3. Il Medioevo
Nel Medioevo, il paese di Velva era chiamato Veleura: da cosa derivi questo nome non si sa, anche se varie ricerche etimologiche portano ad associarlo al significato di "fonte": significato che si adatterebbe perfettamente al luogo ricco di sorgenti.
L’analisi di documenti notarili attesta che già nel XIII secolo gli abitanti di Velva sono protagonisti di atti commerciali e di compravendite di vario tipo a Genova: segno che la comunità aveva già una struttura consolidata, con attività agricole ed extra- agricole. In tali atti, i velvesi vengono menzionati quasi sempre come "de Veleura”.
Non si hanno, comunque, notizie documentate di Velva fino al 1451, anno in cui per la prima volta si fa menzione della Chiesa di San Martino. Sempre da documenti della Diocesi apprendiamo che il 3 novembre 1502 il prete Bartolo Paganini, Rettore di Velva, insieme con l'arciprete di Castiglione e i Rettori di Castello, Missano e Frascati, rendono omaggio a Lorenzo Fieschi, Vescovo eletto di Brugnato.
La Chiesa di San Martino di Velva, citata per la prima volta in un documento del 1451.
La Chiesa svolgeva, allora, un ruolo predominante: nella valle, così come in tutto l’entroterra ligure, non erano presenti grandi feudi, e le maggiori proprietà terriere erano nelle mani del Vescovado. Nel 1519 Matteo de Carrociis, Rettore di Velva, è presente all'atto di permuta di parrocchie tra l'Arcivescovo di Genova ed il Vescovo di Brugnato: con questo atto Velva passò alla diocesi genovese e vi rimase fino al 1892, anno in cui fu elencata fra le parrocchie costituenti la nuova diocesi di Chiavari.
4. L’area archeologica di San Nicolao
Poco sopra Velva, salendo sul Monte San Nicolao tramite il sentiero che porta alla pietra di Vasca, si incontrano resti di un “Hospitale” attivo per tutto il Medioevo, che ospitò pellegrini e viandanti fino al 1590 quando fu distrutto da un incendio.
L’area, che si raggiunge facilmente da Velva con una escursione di circa 2 ore, ancora oggi conserva i resti dell’“ospitale” – cioè un edificio che fungeva da ricovero per chi fosse di passaggio e successivamente anche per poveri o ammalati, voluto e costruito, sembra, dai Conti di Lavagna- una chiesa romanica risalente al XII-XIII secolo e un’area cimiteriale. http://Wikiloc | Percorso Velva - Rifugio dell Orbo - Area Archeologica di San Nicolao di Pietra Colice - Santuario di Velva
Questa zona, nota come complesso archeologico di San Nicolao di Pietra Colice, in tempi recenti è stata oggetto di varie campagne di scavo e di studi archeologici, che hanno riportato alla luce l'impianto originale a "T" della chiesa, con tre absidi semicircolari nel braccio orizzontale, e a due grezzi altari.
Scavo archeologico dell’area di San Nicolao di Pietra Colice: si osservano fondazioni, strutture murarie e i depositi del complesso ospitale medievale (XIII–XV secolo).
Fonte: EnjoytheScience.eu
Inoltre, sono emersi i resti varie sepolture risalenti al periodo tra il XIII ed il XV secolo, rivelando che, in almeno tre casi - una donna recante un feto in grembo, e due bambini, rinvenuti tutti insieme in una sepoltura collettiva- la causa del decesso è ascrivibile alla peste.
Tra i vari reperti rinvenuti nell'area, sono emerse monete di vario tipo e provenienza, suppellettili da cucina, piccoli oggetti di uso quotidiano come dadi da gioco, e parti di armi: tutti risalenti al periodo medievale. Il passo del Bracco, infatti, per tutto il Medioevo fu il centro nevralgico di una rete di strade e traffici che collegavano la Val Petronio alla grande “arteria litoranea” del Bracco.
Dettaglio della Tabula Peutingeriana (copia medievale del XII–XIII secolo, facsimile 1887-88), che mostra le vie romane nell’area ligure. Un richiamo al ruolo della Val Petronio come crocevia di traffici e comunicazioni nel Medioevo.
fonte: https://en.wikipedia.org/wiki/Tabula_Peutingeriana?
Tuttavia, l’area di San Nicolao sembra essere frequentata da molto prima: analisi al radiocarbonio condotte sugli strati inferiori del terreno hanno permesso di individuare resti di attività umana risalenti all’età preistorica, fino al 3000 a.c!.
5. L’emigrazione e il borgo abbandonato
Anche il paese di Velva, come molti della Liguria, è stato segnato a partire dall’Ottocento, dall’emigrazione e dal conseguente spopolamento. In un primo momento, il fenomeno è quasi esclusivamente di carattere regionale, diretto verso regioni vicine in occasione di specifiche lavorazioni agricole che richiedevano manodopera – prima fra tutte la raccolta delle foglie di gelso nella Pianura Padana, attività fondamentale per la produzione di seta, ma anche il taglio della legna, la vendemmia, il lavoro delle risaie e così via – poi, dalla metà del secolo, diventa definitivo e “transoceanico”: le mete prevalenti sono l’Argentina e gli Stati Uniti, con prevalenza verso la California.
Chi emigra, e perché? I registri ci confermano che, sulle prime, il movimento migratorio dall’entroterra è formato quasi esclusivamente da uomini, a conferma dell’intenzione che gli spostamenti fossero di carattere temporaneo. Anche un continente lontano come l’America, infatti, con l’introduzione della navigazione a vapore diventa, per un certo periodo, un luogo di “pendolarismo” a cadenza semestrale: si lasciava il paese all’inizio dell’inverno per andare a lavorare in America Latina nel corso dei mesi dell’estate australe, per poi fare ritorno per i lavori estivi in Italia nel semestre successivo. In una seconda fase, l’arrivo delle donne rappresenta l’elemento “stabilizzatore”: quando arrivano nel nuovo continente portando in esso le loro ancestrali abitudini di vita, danno un’impronta di stabilità agli insediamenti.
Genova. Al momento della partenza i fili di lana che stanno per strapparsi sono lultimo legame con la famiglia che rimane in patria Fonte: Fondazione Paolo Cresci per la storia dell'Emigrazione Italiana
Cosa spingesse questi pionieri a emigrare è noto: in un’Italia in fase di profonda trasformazione, alle prese con una crescente crisi dell’agricoltura e della produzione manufatturiera - spesso causa anche di forti indebitamenti da parte dei piccoli proprietari terrieri – le destinazioni di Europa e oltreoceano rappresentavano una nuova sussistenza, e in molti casi lo sbocco per nuove possibilità di vita. Tuttavia, non mancano, anche nelle comunità rurali, casi di persone che decidevano di emigrare per intraprendenza, spirito di avventura e ricerca di un sistema di vita completamente diverso. In molti casi, le loro vicende sono alla base di storie di successo personale e familiare.
6. Gelatai ed emigrazione – una storia tutta Velvese
Con riferimento a Velva, c’è un fatto singolare che caratterizza la sua emigrazione: nei decenni a cavallo tra ‘800 e ‘900 un notevole numero di persone - rapportato, ovviamente, alla consistenza della comunità- si reca all’estero, in particolare in Inghilterra, per esercitare l’attività di gelataio.
Questa attività si svilupperà, in particolare, tra la zona di Manchester e l’Isola di Man,: in questi luoghi si avvicenderanno più generazioni appartenenti a diverse famiglie. Per alcuni di loro l’Inghilterra rappresenterà soltanto una parentesi dell’esistenza per poi fare ritorno al paese; altri si stabiliranno definitivamente.
Tra i protagonisti di questa storia, c’è Emanuele Giusso, nato nel 1874, figlio maggiore di Antonio Giusso e Rosa Sivori, residente a Velva in via ai Pasteni 5: arrivato in Inghilterra, trova da subito occupazione nel settore della gelateria, arrivando a gestire una attività imprenditoriale di produzione e rivendita in proprio nella contea di York, con tanto di carretti ambulanti sui quali era impresso il proprio nome: all’impresa partecipavano anche altri emigrati velvesi.
Luigi Giusso (il secondo a sinistra) con la moglie Maria Luigia e i figli Giovanni (primo a sinistra), Antonio Camillo e Rosy. Salinas, 1934 (foto tratta da “La valigia di cartone” di Fausto Figone, Gommarò Edizioni, 2017)
Emanuele Giusso – primo da sinistra – a fianco di Giovanni Sivori, altro velvese. Inghilterra, contea di York, primo ‘900 (foto tratta da “La valigia di cartone” di Fausto Figone, Gommarò Edizioni, 2017)
Emanuele si sposerà in Inghilterra dopo aver “chiamato” la fidanzata Catterina Federici, e non farà più ritorno in Italia; verrà raggiunto, nel frattempo, dai fratelli Luigi e Antonio Giuseppe.
Proprio il fratello Luigi, di 13 anni più giovane, sarà protagonista di un’altra singolare “storia di emigrazione”: tornato a Velva dopo due anni passati in Inghilterra da Emanuele, dapprima si stabilisce località Zuccarella con la moglie Maria Luigia Venuti, lavorando come mezzadro la terra dei Battilana di Castiglione.
Dopo la nascita del figlio Antonio Camillo, tuttavia, è costretto ancora una volta a emigrare: questa volta sceglie l’America, in particolare la città di Salinas in California, dove rimane molti anni (Salinas sarà meta di trasferimenti di numerosi velvesi).
Nel 1921, terminata la Grande Guerra, viene raggiunto dalla moglie e dal figlio Antonio Camillo, di ormai 8 anni: a Salinas nascono altri due figli: Giovanni nel 1922, e Anna Teresa (da tutti conosciuta come Rosy) nel 1929. La famiglia farà ritorno definitivo in Italia nel 1934 ad eccezione di Antonio Camillo, che assumerà, in seguito, la cittadinanza americana. Giovanni, invece, a soli 21 anni troverà una tragica morte nel corso della campagna militare africana.
7. Velva oggi: il recupero
Vivere a Velva oggi significa essere testimone di un borgo in continua trasformazione. Negli ultimi anni molte case sono state restaurate e le piazze e le strade del Centro Storico hanno cominciato a risplendere di nuova vita.
Qui convivono tradizione e novità: alcune famiglie continuano a lavorare la terra, mentre nuovi abitanti, italiani e stranieri, hanno portato energie e prospettive diverse, godendo della vita del borgo e della campagna, coltivando oli per produrre il proprio olio d’oliva o sperimentando nuove forme di agricoltura, come la coltivazione di mirtilli.
Il turismo ha iniziato a dare ritmo al paese, insieme al piccolo ristorante che anima le serate, anche se servizi essenziali come l’alimentari mancano ancora.
Il 13 settembre 2025, in occasione dell’inaugurazione del rinnovato Centro Storico, il borgo segnerà una nuova tappa nel suo percorso di rinascita, frutto di un investimento comunale di oltre 1,4 milioni di euro. Camminando per le strade di Velva oggi, si percepisce un borgo che sta rinascendo lentamente, con entusiasmo ma anche con i suoi piccoli passi ancora da compiere.
Velva nel 2025
Criptoportico
Nel cripto portico
Il sagrato rinnovato
Il Forno di Comunità
Case nel centro storico
L’entrata nel centro storico dal paese basso
Il Campanile
Note
Capitoli 1, 2 e 3: Testi liberamente tratti da Paolo Paganetto autore del sito originale dell’Associazione Culturale Veleura, “velva.org”
Capitoli 4 e 5: Testi liberamente tratti da “La valigia di cartone” di Fausto Figone, Gommarò Edizioni, 2017
